lunedì 13 agosto 2018

Inaspettate mani

Fotografia di Paolo Ferruzzi

Radici della volontà e delle intenzioni,
le mani del saper fare.
Riscoperta di sensi e sensazioni,
le mani del tatto.
Mani utili.
Mani sincere.
Prolungamento dell’istinto e della passione,
le mani del desiderio.
Mani esigenti.
Mani gentili.
Forti per sopportare pesi
dolci per sollevare anime,
le mani della protezione.
Mani curiose.
Mani che imparano.
S’incontrano e stringono,
le mani degli incontri.
Mani incerte.
Mani che donano
e che accarezzano,
inaspettatamente.
Ilaria Daddario


Pubblicato sulla posterzine mensile (versione telematica) Locomotiv
http://www.asslastazione.it/2018/10/07/inaspettate-mani/

lunedì 30 luglio 2018

Ciao Nonno



Questo scritto non nasce solo per dire che mio nonno Francesco è stato uno splendido nonno, ma nasce soprattutto dalla voglia di raccontare come e cosa lui è stato attraverso i miei occhi. Quando ero molto piccola, i baci a lui non li volevo dare; oggi ho 26 anni e in questi altri anni ho recuperato tanto da meritare di essere chiamata per una vita intera "la bella del nonno", espressione che mi fa sorridere il cuore solo a pensarci. Adesso che è andato via, si porta con sé tutti quei baci e un pezzo grande di me. Un po' della me bambina e un po' della me ormai donna. Quello più dolce e insieme più testardo. Perché si, mio nonno era ostinato, caratterialmente forte, a volte troppo; le sue idee non le hanno buttate giù neanche a suon di urla. Lo stesso uomo che poi con occhi piccoli e dolci mi diceva "Sai a cosa servono i nipoti?A tenere in vita i nonni". Lo stesso che ha pianto per i miei traguardi e che mi ha detto sempre "Stai attenta ai maschietti". Lui ha sempre guidato per lavoro e con la sua auto da ragazzina mi ha accompagnata ovunque; in quei momenti amava chiacchierare e raccontare di sé e ciò mi ha permesso di conoscerlo davvero. Poi ovviamente ha voluto insegnarmi lui a guidare. Quando penso a lui, ricordo quanto è potente la determinazione in una persona, ripenso agli insegnamenti, ai proverbi, alle frasi da repertorio che lui iniziava e io dovevo completare, alle partite a carte e a dama e a quanto tutte, e dico tutte ,le volte si divertiva cercando di barare per vincere. Se tutt'ora mi piacciono i cruciverba è perché giocavo con lui a chi indovinava più parole ed era uno dei suoi modi di dedicarsi a me cercando anche di insegnarmi ciò che sapeva. Penso a lui e riconosco la bellezza dell'amare una donna per una vita intera, perché i miei nonni insieme sono per me la dimostrazione che l'amore esiste e che può durare fino all'ultimo istante; rivedo i baci che si sono dati fino a pochi giorni fa e poi li rivedo al centro sala durante la festa del loro anniversario, quando lui durante il ballo le teneva la mano stretta sul proprio petto. Mi ha insegnato a dialogare e confrontare le opinioni. Mi ha dimostrato come ci si diverte davvero alle feste di matrimonio, cioè mangiando e ballando il Rock&Roll. Mi ha insegnato ad essere fiera di me, con quanto orgoglio diceva a tutti che ero la sua dottoressa. Mi ha insegnato che da grandi si impara più che da bambini. È impossibile descrivere ogni ricordo e dono che ho ricevuto da mio nonno, è stata una fortuna averlo nella mia vita, una ricchezza enorme. L'intensità con la quale lo porto dentro, supera di gran lunga qualsiasi addio. Ti voglio bene nonno, fai buon viaggio, io ti porto con me.

Ilaria Daddario

mercoledì 27 giugno 2018

Marocco



Fotografia di Ilaria Daddario

Abiti comodi, zaino pieno di curiosità e parecchia voglia di avventura a fare da guida: così ho affrontato questo viaggio in Marocco, sorprendendomi di ogni dettaglio con entusiasmo. È bastato poco per rendermi conto di quanto questo luogo fosse stravagante, vivo, caotico e travolgente; piena di gente e tipicità, rumorosa e vivace, misteriosa e religiosa, Marrakech ha mille facce, odori, colori, sapori. Durante quei giorni ho spalancato gli occhi molto spesso, incredula, sorpresa e affascinata, rapita da abitudini e tradizioni di cui non sapevo quasi nulla. Ho conosciuto persone gentili, mi hanno aiutata, mi hanno offerto del tè svariate volte, mi hanno fatto regali e raccontato storie del posto solo per il gusto di farlo e poi ho incontrato anche gente scaltra dai sorrisi accattivanti di chi vuole solo guadagnarci qualcosa. Ho visto bambini stupendi giocare nei vicoli stretti e anziani vispi al lavoro o addormentati nei carretti agli angoli delle strade; e poi ho visto tanto lavoro, a tutte le età, abilissimi commercianti dalla voce squillante e tante bellissime donne orgogliose dei loro veli colorati e dei loro abiti tradizionali. Hanno tutti sguardi curiosi che scrutano, uguali ai nostri del resto. Ho visto luoghi pazzeschi colmi di storie intriganti e ho respirato natura e città insieme; ho scoperto perché viene chiamata terra rossa e ho ammirato come in uno stesso territorio possano convivere sorprendentemente mare, deserto e città imperiali. Il suono allegro dei tamburi africani risuona ovunque e dalle mani di chiunque, compresi i bambini. Gli odori del cibo si diffondono in ogni dove, in particolare quelli delle numerose spezie: impossibile non assaggiarle, soprattutto nel tipico Tajin, preparato in così tante versioni, ovunque, a qualsiasi ora! La Medina è davvero un labirinto come si sente dire e davvero il primo giorno si può girare per due ore e mezza tra quelle viuzze cercando il proprio Riad; riuscire ad orientarsi sembrava impossibile, mi sentivo quasi smarrita. Poi, incredibilmente, in poco tempo e senza nemmeno poi così tanta attenzione, è successo che quelle strade le ho sentite un po’ più mie, ho imparato a muovermi con sicurezza e la sensazione è stata così piacevole che non volevo smettere più di camminare. Faccio fatica a descrivere fedelmente tutto quello che ho visto, ogni descrizione resta incompleta. Quando sono arrivata in piazza Jemaa El-Fnaa, patrimonio Unesco, ho creduto di trovarmi in uno dei posti più stravaganti e bizzarri; ci sono stata più e più volte e ogni foto scattata si è rivelata sempre diversa, seppur dello stesso scorcio. È una piazza che non si ferma mai, centro vitale della città di Marrakech, concentrato di tradizioni arabe tramandate e delle attività più disparate, dinamica e divertente, colorata e dalle mille sfumature: cambia aspetto ad ogni ora. La circondano locali e bar dalle cui terrazze si può ammirare quanto e come il sole la sfiori sempre in modo diverso, soprattutto durante il tramonto mozzafiato. E poi, al centro, qualsiasi cosa: indovini e mendicanti, giocolieri e acrobati, cantastorie e saltimbanchi, volatili o scimmie che si esibiscono, musicisti, incantatori di serpenti, donne che tatuano decorazioni con l’henné su mani e piedi, cocchieri e carrozze trainate da cavalli, bancarelle e carretti, artisti e venditori e chi più ne ha, più ne metta. Tutt’intorno, il traffico indomabile della città in cui si mescolano carri trainati da asini, calessi con cavalli, automobili, biciclette, moto e pedoni, tutti nella stessa strada! Arriva la sera e con la suggestiva Moschea sullo sfondo, la piazza si illumina, trasformandosi in un grande ristorante a cielo aperto in cui gustare qualsiasi piatto tipico a pochi dirham, spesso accolti da cuochi allegri che festeggiano ogni decina di minuti. Ogni giorno è uno spettacolo nuovo e senza tempo. E poi ho adorato perdermi per le vie strette e inesauribili del Suq, tra bancarelle colorate e instancabili artigiani. Imparare parole arabe e conoscere le loro storie. E poi passare la notte in un accampamento berbero nel deserto del Sahara, immenso, con solo l’essenziale da condividere con tanta gente diversa e allo stesso tempo unita. Di quel deserto non vedevo l’inizio né la fine, un po’ come succede con il mare; lo sguardo si perdeva tra i canti di quelle dune così misteriose e il panorama era eccitante e spaventoso allo stesso tempo. L’ho guardato in diversi momenti del giorno e della notte e ogni volta la vista era sempre uguale ma in realtà sempre diversa, in continuo cambiamento, in accordo col vento. Ho guardato l’alba sul dorso di un dromedario e ho visto un cielo e delle stelle che mai avevo visto prima di quel momento.
Mi sono sentita nel posto giusto, al momento giusto.

Ilaria Daddario

venerdì 22 giugno 2018

Ingenui istanti



Fotografia di Roberto Bramati

Quanto spesso si fa attenzione alle piccolezze, agli istanti apparentemente più semplici e banali? Come l’istante in cui uno sguardo si posa curioso, in cui una mano sfiora delicata. Dettagli lasciati al caso, figli di abitudini a cui non si presta abbastanza attenzione. L’istante in cui nasce spontaneo un sorriso, in cui un sapore diventa buono. L’istante in cui un profumo si diffonde o in cui parte quella canzone perfetta. Piccole bellezze ordinarie, ingenuo benessere per l’anima. L’istante in cui ci si sorprende per qualcosa, gli istanti di attesa prima di un finale. Fortune di ogni giorno. L’istante in cui un amico chiama o quello in cui giunge un bacio inatteso. L’istante in cui un vento fresco ordina i pensieri e l’istante in cui le onde calme del mare toccano la pelle accaldata dopo ore di sole. L’istante in cui ti rendi conto che la strada che percorri è quella giusta e quello in cui capisci che di istanti così non ne hai mai abbastanza.
Ilaria Daddario

Pubblicato sulla posterzine mensile (versione telematica) Locomotiv

http://www.asslastazione.it/2018/07/09/ingenui-istanti/

sabato 9 giugno 2018

Note



Suona la chitarra qui davanti a me e gli sorridono gli occhi. 
Muove le dita sulle corde e sui tasti per riprodurre dei suoni, delle melodie, delle emozioni. 
Suona, e mentre lo fa mi guarda e sembra che quegli accordi li strimpelli direttamente sulla mia pelle: lenti o veloci, precisi, diretti, penetranti, li sento miei allo stesso modo. 
Come una canzone che ti entra dentro, e non puoi fare a meno di cantare. 

Ilaria Daddario

martedì 22 maggio 2018

Vento di libertà


Come una polvere, leggera
si insinua tra i capelli, sulla pelle.
Come una parola sussurrata
mi sfiora i vestiti
e l'incertezza
di osare smisuratamente
o ancora troppo poco.
Come un profumo attraente
accarezza le mani
e le mie sensazioni.
Come un suono delicato
mi racconta di poesie,
di storie lontane,
e di me.
Come una novità
che si affaccia incosciente,
colora il sentiero
e orienta i sensi,
il vento della mia libertà.


Ilaria Daddario

venerdì 27 aprile 2018

Dettagli di un viso



Quando cerco di osservare un viso, e intendo osservarlo davvero, faccio qualcosa di complicatissimo. Esiste qualcosa di più autentico di un viso? Non so mai da dove cominciare. Mi confonde, poi mi affascina, poi mi disorienta per quanto audace possa essere il ritrovarsi immobilizzato in un volto che ha tanto da dire. Puoi osservare le tonalità dei colori caldi e tutte quelle sfumature. O le linee così naturali, imperfette, profonde. O i contorni, spesso imprecisi, sempre bellissimi. E poi tutte quelle curve che si creano a partire da un solo movimento, da un'espressività quasi sempre spontanea e sincera. Quella voglia strana di toccare un viso, di accarezzarlo piano, di esplorarlo sfiorando ogni lineamento. È come un libro di cui guardi la copertina, perpoi sfogliarne ogni pagina con le mani. È come scommettere quando sei del tutto incerto dell’esito, è come
un viaggio in solitaria verso luoghi insoliti che non conosci. Guardo a fondo per scovare in ogni centimetro un dettaglio particolare, un colore nuovo, un’imperfezione unica che forse non troverò in nessun’altro mai, chissà. Mi piace guardare come ognuno indossa il proprio viso, che colori ci abbina per completarlo, in che occasioni lo sfoggia con audacia, un po’ come un abito. Mi piace pensare a come quegli occhi potrebbero stare su di me, come un abito. Guardo i visi per comprendere, o forse semplicemente per dare a me stessa
la possibilità di lasciarmi andare all’autenticità delle espressioni. Per conoscere delle storie; per dimenticarne e poi riscoprirne di nuovo l’incredibile potere. Per potermi perdere in occhi nuovi o in sorrisi mai visti prima. Fino a trovare poi, tra questi, quel viso estremamente bello. Per me. Comodo, colorato, diverso, che sta bene sempre. Su di me. Come il mio abito preferito.

Ilaria Daddario

giovedì 19 aprile 2018

Come la famiglia

Come la famiglia

Straordinaria

come il sole improvviso in un cielo opaco.

Come un posto in cui tornare a fine giornata,

Rassicurante.




Imprevedibile

come la natura,

come una strada dissestata,

pericolosa.




Come le ordinarie abitudini quotidiane,

costante.

Sicura,

Come ciò che si conosce quanto basta.



Colorata,

come un paesaggio acquerellato,

come una fiamma incessante.

Calda,

come una coperta d’inverno.




Impegnativa,

come un traguardo da conquistare.

Come una rinuncia,

Sofferta.




Come il mare e la sua irrequietezza,

incontrollabile.

Complessa,

come i tentativi di capire la gente.
Desiderata,

come un sentimento raro,

come quando si sta bene,

necessaria.




Come una ferita,

dolorosa.

Passionale,

Come pura energia.



Severa,

come una punizione,

come sonorità prolungate,

rumorosa.




Come un abbraccio vigoroso,

coinvolgente.

Sorprendente,

come solo la famiglia.




Ilaria Daddario


Partecipazione al WordShine Poetry Contest - aprile 2018, tema "La famiglia" - 3° posto.

domenica 15 aprile 2018

Sguardo basso

Fotografia di Annalisa Falcicchio

Sguardo basso e distratto, capelli che scivolano morbidi, aria assorta e mi sposto velocemente nei luoghi di una realtà che cerco di controllare, a fatica. Viaggio tanto, dovrei sentirmi abituata ai cambiamenti, alle novità, agli imprevisti; eppure ogni volta è la prima, ogni spostamento è uno scombussolio e ogni nuovo incontro è un mistero più grande di quello precedente. Sembro coraggiosa, curiosa, e mi ci sento, la maggior parte delle volte. Poi accade che, improvvisamente, mi rendo conto di non guardare fuori dal finestrino, distratta dal superficiale, dalle cose a metà, mi perdo lo spettacolo che scorre veloce. Me ne rendo conto e increspo le sopracciglia, butto fuori un sospiro consapevole, sollevo lo sguardo e in un attimo mi ritrovo: quello sguardo basso non è il mio. Io non voglio rimanere a galla, io voglio fare delle immersioni pazzesche. Con questi occhi non voglio solo vedere, voglio guardare ogni minimo dettaglio, penetrare con lo sguardo ogni centimetro di realtà che non conosco, per poi tornare ancora su ciò che già credevo di conoscere per scrutare più a fondo. Con queste mani non voglio sfiorare, io voglio toccare ogni cosa, e ogni persona, delineare ogni contorno e percepirne la concretezza. Voglio sentire, annusare e gustare. Voglio che tutti i miei sensi si sorprendano della consistenza della vita, ogni volta. E voglio guardare fuori da quel finestrino, durante ogni viaggio che farò.

Ilaria Daddario

venerdì 13 aprile 2018

Il camice bianco


Sul mio letto è posato il camice bianco. Ogni giorno, quando lo vedo, scatena in me molte riflessioni, mi fa rendere conto del fatto che è esattamente tutto ed è anche niente. Questo camice bianco è posato in realtà sulla mia passione sincera, per cosa poi, è difficile spiegare. Forse per la gente. Quella ritenuta più strana, incomprensibile e vulnerabile, folle e pericolosa, spesso patologica. O più semplicemente per la gente che crede, ammette, rischia e ha maledettamente paura; per quella gente testarda o insicura, quella che ride e piange, a volte anche nello stesso momento, che chiede aiuto, che si affida fiduciosa, appoggiando con coraggio la propria vita nelle mani di qualcuno che sappia accarezzarla, ma con cautela e competenza. Quella gente che sa raccontarsi o che ritrova pezzi di sé sparsi un po' ovunque e ha bisogno di rimettersi in ordine. Io sono quella che potrebbe riuscire a ricostruire insieme a loro un paese, delle strade percorribili, la vegetazione, degli abitanti e soprattutto una propria abitazione fatta su misura. E descrivere quanto ciò mi entusiasmi, è tutto e tanto, tranne che semplice.

Ilaria Daddario

lunedì 26 marzo 2018

La diversità




La diversità. Quando è un valore aggiunto, quando è curiosità e scoperta dell'altro e delle proprie terre inesplorate. Quando è sconosciuta e fa paura, ma trova il coraggio per continuare, per spingersi oltre ogni limite. Quando fa guardare improvvisamente con occhi spalancati ogni dettaglio che pareva inesistente o così banale. Quando spinge verso azioni impensabili prima di quel momento. Quando da' vita a sorrisi e risa sincere, grandi, indescrivibili.

Ilaria Daddario

venerdì 23 marzo 2018

L'occasione

Fotografia di Annalisa Falcicchio

Questa è la storia di un'attesa. Quanto lunga, non so dire, ma sicuramente è la storia di un'attesa stravagante.
Quando ero una ragazza immatura e testarda, spesso lei non c'era. Avevo i capelli sempre in disordine e mi curavo poco, ma l'aspettavo. La immaginavo giungere lì davanti, per me. Non telefonava e non scriveva, ma io attendevo comunque quel treno che la portasse sulle mie strade polverose: le radici dell'appartenenza non le stabilisci, quel luogo era mio e io sentivo di appartenere a quel luogo e forse anche per questo lì aspettavo. E quando aspetti, si sa, il cuore subisce alti e bassi tipo quelle maree imprevedibili che descrivono nei documentari sulla natura. Aspettavo, e quella diventava in fretta l'attesa più eccitante e angosciosa, un accumulo di così tanto di tutto, che nemmeno riuscivo più ad ascoltare quelle voci nei miei pensieri. Ero in preciso equilibrio tra il desiderio e il timore, l'esultanza e il rifiuto, saltellavo consapevole tra i miei sentimenti sempre così contrastanti e irrequieti. Mi sentivo così imperfettamente in bilico sui binari del silenzio e del rumore, nella stazione della mia curiosità. Questa è la storia dell'attesa paziente: di un treno, di una persona, di un equilibrio, di una scoperta. Di un'occasione.


Ilaria Daddario

martedì 13 marzo 2018

Panorama

Fotografia di Andrea De Biasi

Quando guardo le cose mi sembra di impazzire. Di impazzire dalla curiosità, dal desiderio, dall'interesse, dalla voglia. Ogni giorno è quello ideale, ogni luogo è assoluto, tutti sono la mia gente. Ed io non ho abbastanza occhi per godere di questa panoramica sulla realtà, la consumo in fretta, con foga, come la sigaretta che mi scivola tra le dita. Sento di possederla e in realtà non è mai veramente mia: aspiro tutto quello che riesco, avida ed incerta, mi prendo tutto quello che posso per poi lasciarla andare, allo stesso modo, ogni volta. Ed ogni volta è come la prima, ogni sguardo è quello più nuovo, ogni panorama è sempre più mio.

Ilaria Daddario

giovedì 8 marzo 2018

Primavera

Fotografia di Ilaria Daddario

Ed eccolo, un pomeriggio che ci spiega ancora la primavera, che ci insegna di nuovo di cos'è capace e ci ricorda le sue sfumature. C'è del sole che illumina la pelle timida, così disabituata ad essere esposta e riscaldata; c'è del profumo di erba umida, c'è del vento caldo e ci sono i suoni delicati dei cinguettii. Siamo in tanti su questo prato fresco, siamo con gli occhi socchiusi e i sensi che sorridono liberi, siamo di ogni età e di ogni storia, ed io vorrei conoscerle tutte. Perchè in fondo abbiamo tutti qualcosa in comune oggi, in attimi passati, in qualche futuro lontano, sempre. Solo che ce lo dimentichiamo ogni giorno.

Ilaria Daddario

domenica 4 marzo 2018

Come se non avessi peso


Un vento fresco, che accarezza i pensieri.
Uno sguardo curioso, da cui comincia un'ispirazione.
Un profumo buono, che libera fantasia e immaginazione.
Un fremito, che suscita sensazioni nuove.
Un respiro sereno, che diviene senso di leggerezza.
Come se non avessi peso.


Ilaria Daddario